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E' con grande piacere ed onore che possiamo annoverare fra i miei Amici la professoressa Marisa Caretto Chironi, animo sensibile che ha saputo interpretare nei suoi scritti in modo mirabile l'amore per il Salento, capace di dipingere con le parole meravigliosi scorci salentini
Sono scritti da non perdere, tutti da leggere, destinati sia ai Salentini, che attraverso essi riusciranno ad avere una migliore consapevolezza della loro "ricchezza", sia a coloro i quali Salentini non sono, perché possano "sentire" cosa vuol dire vivere in uno dei luoghi più belli d'Italia.
E' con grande piacere ed onore che possiamo annoverare fra i miei Amici la professoressa Marisa Caretto Chironi, animo sensibile che ha saputo interpretare nei suoi scritti in modo mirabile l'amore per il Salento, capace di dipingere con le parole meravigliosi scorci salentini
Sono scritti da non perdere, tutti da leggere, destinati sia ai Salentini, che attraverso essi riusciranno ad avere una migliore consapevolezza della loro "ricchezza", sia a coloro i quali Salentini non sono, perché possano "sentire" cosa vuol dire vivere in uno dei luoghi più belli d'Italia.
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Le tradizioni del Salento
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Così leggo in "Civiltà del Salento", un opuscolo pubblicato qualche anno fa per la gioia degli appassionati di storia locale.
Nel periodo che va da aprile a settembre, in tutto il Salento si svolgono, infatti, le feste popolari celebrate in onore del Santo protettore di ciascun paese. Si celebrano anche i Santi minori, in autunno-inverno, legandovi lo svolgimento delle "fiere", veri e propri mercati di prodotti, di utensili, di manufatti tipici della cultura locale, oltre che di animali.
Nei giorni della festa, che solitamente sono tre, si celebrano riti religiosi culminanti con un esaltante panegirico e con una processione che porta statue e reliquie per le strade del paese, tra addobbi luminari, scoppio di fuochi d'artificio, lancio di palloni aerostatici, capaci di accrescere la scenografia dell' insieme. Gioia a grandi e piccini porta soprattutto la banda che esegue marcette e, a sera, un carnet di pezzi musicali, brani di opere fischiettate ancora da qualche anziano "intenditore".
Alcune feste comprendono nel culto un falò o "focara": è il mito pagano del fuoco delle celebrazioni propiziatrici, presso gli antichi romani, con bruciature di piante aromatiche. Quando il Carnevale sta per morire, i Salentini usano, ancora oggi, esporre all' aperto la "quaremma", pupattola di pezza scura, simboleggiante la Quaresima, che si lascia dondolare dalle intemperie lungo le settimane di astinenza, perdendo le penne di gallina, di cui viene ornato il suo fuso, una per settimana, fino al giorno della Resurrezione. Eco, anche questa usanza, delle "Liberalia" dedicate a bacco e a Libero.
In qualche paesino del profondo Salento, la notte di Ferragosto i pescatori danzano sotto le stelle mimando antiche lotte saracene al solo ritmo dei tamburelli: rito, tra i più misteriosi del Salento, che richiama i culti orgiastici della vendemmia o il delirio delle "tarantate", per lo più donne, che si dicevano morse dalla tarantola durante la mietitura del grano. Per via di tale morso gli infortunati cadevano in una sorta di crisi pseudo-isterica, placata con singolari terapie, prima fra tutte il ballo della "pizzica-pizzica", al suono frenetico dei tamburelli, che terminava soltanto con la guarigione degli stessi. Questi, nel giorno della festa di San Paolo, si recavano nella chiesa del Santo, a Galatina, per ringraziarlo ed ingraziarselo, bevendo l'acqua del pozzo in cui ancora oggi proliferano varie bisce. Dei riti pasquali, molto caratteristici anch'essi, che facevano rivivere la Passione di Cristo con cerimoniali suggestivi, teatrali a volte, ma sicuramente efficaci, rimane ben poco.
Resta soltanto la tradizione gastronomica che, anzi, si è andata arricchendo col passare del tempo. Usanze e rituali, la cui matrice si perde nel mistero, vivono nella fantasia popolare che ha dato origine ad un mondo animato da folletti innocui ma curiosi: spiritelli domestici che capitano qua e là, in momenti diversi, inaspettatamente, a fare dispettucci creando, qualche volta, veri e propri incubi a chi viene da loro disturbato, magari nel sonno. E' capitato anche a me di vedere, tanti anni fa, la coda di un cavallo ridotta in lunghe treccine, tutte uguali e ben fatte, così come i capelli color pannocchia di una ragazza: opera, forse, di quel fenomeno che va sotto il nome di sonnambulismo in cui si mescola una buona dose di isteria da parte di chi ne è affetto e che, inconsapevolmente, si diverte di notte in tal modo. Ma qui niente scongiuri nè suono di tamburelli. Il fenomeno, ieri come oggi, desta soltanto curiosità.
Neanche per il 25 dicembre c'è suono di tamburelli, sebbene mi piaccia immaginare che se Gesù fosse nato nel Salento, invece che a Betlemme, sarebbe stato accolto dal suono di tali strumenti oltre che da quello dei pifferi. Per noi adulti c'è, più di tutto, un pizzico di nostalgia per la mancata ripetizione di eventi chiusi nella propria memoria fatta di ricordi legati a doni semplici, a profumi ancestrali, a sapori attesi e goduti, al tempo trascorso in compagnia ed amicizia. Non ci sono più suono di zampogne, di armonica, la pizzica-pizzica, le preghiere in magiche veglie collettive, la fraternità suggerita dal bisogno e dalla necessità. Siamo alle soglie del Duemila. Per comunicare ci serviamo di messaggi sempre più formali e frettolosi che ci portano inevitabilmente ad una solitudine che in altri tempi non si conosceva, tempi in cui comunicare era garbo, contatto, scambio di sentimenti che produceva benessere interiore. In questo senso si rimpiange il passato. Anche la poesia del Natale, quindi, va perdendo quella genuinità, quell' incanto che lo rendevano un evento attesissimo e bellissimo perchè scevro di corse agli acquisti di cose quasi sempre inutili. Come si va perdendo il bisogno di soffermarsi sul vero significato di tale Festività.
Quanto, invece, avremmo bisogno di aria di Natale, come al tempo in cui già si sentiva con l'arrivo degli zampognari o del carillon, trainato da un paziente asinello, che ci portava nenie semplici, facili da ricordare e ripetere. Bisogno di aria di chiesa, come al tempo in cui, col suono delle campane, il sacrestano richiamava i fedeli per la Novena alla prima luce del giorno. E si andava, sedia sulle spalle, a prendere posto per partecipare alle preghiere e godere della rappresentazione sacra, intrisa di convinzioni alla buona, di leggenda, di indimenticabile suggestivo folklore. Canti genuini andavano per l'aria insieme all' incenso ed era meraviglioso ascoltare le voci limpide di certe contadine che, a funzione ultimata, iniziavano la loro giornata lavorativa piena di difficoltà ma rischiarata dalla fiducia in Dio. In molte famiglie si costruiva il presepe con l'utilizzo di prodotti locali: rami d'albero, pietre, erbetta, ceppi e pupi di terracotta, usciti dalle sapienti mani dei pupari e acquistati, solitamente, alle bancarelle nel giorno della fiera di Santa Lucia.Il presepe rievocava un mondo fantastico e ci consentiva di sbizzarrirci in ipotesi fantastiche che ci permettevano persino di entrare a far parte di scene bucoliche presso la Grotta da cui si attendevano particolari benedizioni.
Al periodo natalizio, oltre che all' attesa di un pasto diverso, erano legate le riunioni familiari calde di intimità, allietate dal gioco a tombola, a carte, a "cuntri- ci", tre ossicini di piede di agnello adibiti, una volta ripuliti, essiccati e lucidati, a ~lfiiochetti d'azzardo.
Sul focolare ardeva il "ceppune", bruciavano le pigne, il cui incenso, insieme alla gioia dell' attesa, influiva a farci sentire più buoni, più disponibili a partecipare alla collettività in cui tutto si svolgeva in serena collaborazione, affratellati dai comuni bisogni e dalla voglia di un pizzico di evasione dalla vita molto spesso avara di comodità, di benessere, dicertezze. Rifarsi alla tradizione della propria terra non deve costituire vergogna di apparire vecchi, retrogradi, ma stimolo per attingere linfa da esperienze, storia nelle storie, che ci facciano desiderare di riscoprirci nuovi, vogliosi di imparare ancora.
Così leggo in "Civiltà del Salento", un opuscolo pubblicato qualche anno fa per la gioia degli appassionati di storia locale.
Nel periodo che va da aprile a settembre, in tutto il Salento si svolgono, infatti, le feste popolari celebrate in onore del Santo protettore di ciascun paese. Si celebrano anche i Santi minori, in autunno-inverno, legandovi lo svolgimento delle "fiere", veri e propri mercati di prodotti, di utensili, di manufatti tipici della cultura locale, oltre che di animali.
Nei giorni della festa, che solitamente sono tre, si celebrano riti religiosi culminanti con un esaltante panegirico e con una processione che porta statue e reliquie per le strade del paese, tra addobbi luminari, scoppio di fuochi d'artificio, lancio di palloni aerostatici, capaci di accrescere la scenografia dell' insieme. Gioia a grandi e piccini porta soprattutto la banda che esegue marcette e, a sera, un carnet di pezzi musicali, brani di opere fischiettate ancora da qualche anziano "intenditore".
Alcune feste comprendono nel culto un falò o "focara": è il mito pagano del fuoco delle celebrazioni propiziatrici, presso gli antichi romani, con bruciature di piante aromatiche. Quando il Carnevale sta per morire, i Salentini usano, ancora oggi, esporre all' aperto la "quaremma", pupattola di pezza scura, simboleggiante la Quaresima, che si lascia dondolare dalle intemperie lungo le settimane di astinenza, perdendo le penne di gallina, di cui viene ornato il suo fuso, una per settimana, fino al giorno della Resurrezione. Eco, anche questa usanza, delle "Liberalia" dedicate a bacco e a Libero.
In qualche paesino del profondo Salento, la notte di Ferragosto i pescatori danzano sotto le stelle mimando antiche lotte saracene al solo ritmo dei tamburelli: rito, tra i più misteriosi del Salento, che richiama i culti orgiastici della vendemmia o il delirio delle "tarantate", per lo più donne, che si dicevano morse dalla tarantola durante la mietitura del grano. Per via di tale morso gli infortunati cadevano in una sorta di crisi pseudo-isterica, placata con singolari terapie, prima fra tutte il ballo della "pizzica-pizzica", al suono frenetico dei tamburelli, che terminava soltanto con la guarigione degli stessi. Questi, nel giorno della festa di San Paolo, si recavano nella chiesa del Santo, a Galatina, per ringraziarlo ed ingraziarselo, bevendo l'acqua del pozzo in cui ancora oggi proliferano varie bisce. Dei riti pasquali, molto caratteristici anch'essi, che facevano rivivere la Passione di Cristo con cerimoniali suggestivi, teatrali a volte, ma sicuramente efficaci, rimane ben poco.
Resta soltanto la tradizione gastronomica che, anzi, si è andata arricchendo col passare del tempo. Usanze e rituali, la cui matrice si perde nel mistero, vivono nella fantasia popolare che ha dato origine ad un mondo animato da folletti innocui ma curiosi: spiritelli domestici che capitano qua e là, in momenti diversi, inaspettatamente, a fare dispettucci creando, qualche volta, veri e propri incubi a chi viene da loro disturbato, magari nel sonno. E' capitato anche a me di vedere, tanti anni fa, la coda di un cavallo ridotta in lunghe treccine, tutte uguali e ben fatte, così come i capelli color pannocchia di una ragazza: opera, forse, di quel fenomeno che va sotto il nome di sonnambulismo in cui si mescola una buona dose di isteria da parte di chi ne è affetto e che, inconsapevolmente, si diverte di notte in tal modo. Ma qui niente scongiuri nè suono di tamburelli. Il fenomeno, ieri come oggi, desta soltanto curiosità.
Neanche per il 25 dicembre c'è suono di tamburelli, sebbene mi piaccia immaginare che se Gesù fosse nato nel Salento, invece che a Betlemme, sarebbe stato accolto dal suono di tali strumenti oltre che da quello dei pifferi. Per noi adulti c'è, più di tutto, un pizzico di nostalgia per la mancata ripetizione di eventi chiusi nella propria memoria fatta di ricordi legati a doni semplici, a profumi ancestrali, a sapori attesi e goduti, al tempo trascorso in compagnia ed amicizia. Non ci sono più suono di zampogne, di armonica, la pizzica-pizzica, le preghiere in magiche veglie collettive, la fraternità suggerita dal bisogno e dalla necessità. Siamo alle soglie del Duemila. Per comunicare ci serviamo di messaggi sempre più formali e frettolosi che ci portano inevitabilmente ad una solitudine che in altri tempi non si conosceva, tempi in cui comunicare era garbo, contatto, scambio di sentimenti che produceva benessere interiore. In questo senso si rimpiange il passato. Anche la poesia del Natale, quindi, va perdendo quella genuinità, quell' incanto che lo rendevano un evento attesissimo e bellissimo perchè scevro di corse agli acquisti di cose quasi sempre inutili. Come si va perdendo il bisogno di soffermarsi sul vero significato di tale Festività.
Quanto, invece, avremmo bisogno di aria di Natale, come al tempo in cui già si sentiva con l'arrivo degli zampognari o del carillon, trainato da un paziente asinello, che ci portava nenie semplici, facili da ricordare e ripetere. Bisogno di aria di chiesa, come al tempo in cui, col suono delle campane, il sacrestano richiamava i fedeli per la Novena alla prima luce del giorno. E si andava, sedia sulle spalle, a prendere posto per partecipare alle preghiere e godere della rappresentazione sacra, intrisa di convinzioni alla buona, di leggenda, di indimenticabile suggestivo folklore. Canti genuini andavano per l'aria insieme all' incenso ed era meraviglioso ascoltare le voci limpide di certe contadine che, a funzione ultimata, iniziavano la loro giornata lavorativa piena di difficoltà ma rischiarata dalla fiducia in Dio. In molte famiglie si costruiva il presepe con l'utilizzo di prodotti locali: rami d'albero, pietre, erbetta, ceppi e pupi di terracotta, usciti dalle sapienti mani dei pupari e acquistati, solitamente, alle bancarelle nel giorno della fiera di Santa Lucia.Il presepe rievocava un mondo fantastico e ci consentiva di sbizzarrirci in ipotesi fantastiche che ci permettevano persino di entrare a far parte di scene bucoliche presso la Grotta da cui si attendevano particolari benedizioni.
Al periodo natalizio, oltre che all' attesa di un pasto diverso, erano legate le riunioni familiari calde di intimità, allietate dal gioco a tombola, a carte, a "cuntri- ci", tre ossicini di piede di agnello adibiti, una volta ripuliti, essiccati e lucidati, a ~lfiiochetti d'azzardo.
Sul focolare ardeva il "ceppune", bruciavano le pigne, il cui incenso, insieme alla gioia dell' attesa, influiva a farci sentire più buoni, più disponibili a partecipare alla collettività in cui tutto si svolgeva in serena collaborazione, affratellati dai comuni bisogni e dalla voglia di un pizzico di evasione dalla vita molto spesso avara di comodità, di benessere, dicertezze. Rifarsi alla tradizione della propria terra non deve costituire vergogna di apparire vecchi, retrogradi, ma stimolo per attingere linfa da esperienze, storia nelle storie, che ci facciano desiderare di riscoprirci nuovi, vogliosi di imparare ancora.
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