Wednesday, September 08, 2010
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  Salento, un invito a conoscerlo  

Chi non conosce il Salento non può parlarne per sentito dire. 

In qualità di figlia di questa terra, posso azzardare qualche personale impressione, tanto quanto basta per suscitare curiosità. A parte l'interesse storico ed artistico coralmente ed ampiamente riconosciuto, la bellezza ora dolce, ora selvaggia di questa lingua di terra adagiata tra due mari può essere considerata uno speciale atto creativo della natura tanto bizzarra e prodiga di sorprese, quanto misteriosa, mutevole, varia. E ciò che è avvenuto nei tempi primordiali è ancora più evidente oggi. Ne sa qualcosa l'uomo curioso, oltre che l'uomo istruito, colto, interessato. Sì, questa bellezza tangibile, reale, che a volte sembra sfuggirti tanto è varia nelle improvvise apparizioni paesaggistiche è più spesso sconcertante, lampante come il sole allo zenit. 

Attivismo, semplicità, in un duro lavoro intriso di speranze, volontà di farsi valere e come persona e come gruppo contraddistinguono la gente salentina il cui folklore, fatto di immagini, di canti, di suoni, di espressioni linguistiche e gestuali ha radici in un passato lontano, a volte leggendario. 

La sequenza straordinariamente bella e sorprendente di paesaggi sposati con un mare punteggiato di vele e sfiorato da gabbiani; tanta pianura, ora arida e monotona, ora verdeggiante sotto un mutevole cielo, offre un'immagine che rimane nella memoria e nel cuore per la sua molteplice espressività. Mare con bagliori di smeraldo o con riflessi di turchese, alberi secolari custoditi da altrettanto secolari i muretti di pietre, profumo di erbe diverse, i colori con mille meravigliose sfumature e a tonalità dalle più smaglianti alle più tenui, fanno eterna primavera. 

Un tempo mite che sa come farsi strada anche quando l'inverno è alle porte o anche quando la bruma tenta di incastrare il paesaggio che sembra, emerso dalla notte dei tempi, rende questa mia terra gradevole e accogliente in ogni stagione. Terra in un tempo senza tempo, questo è il Salento. 

I novantasette comuni, somiglianti ad un ben costruito alveare, hanno ciascuno una propria identità per ciò che riguarda le caratteristiche geografiche ma risultano accomunati da un' unica spiritualità espressa in varie forme anche artistiche. Ne sono importanti testimonianze la grotta Romanelli (a Castro) e la Baia di Uluzzu (a Nardò), dove serie e scrupolose indagini archeologiche hanno individuato tracce della presenza dell'uomo del periodo paleolitico. Disseminati qua e là nell'entro terra o lungo i versanti costieri sono i Dolmen e i Menhir, monumenti megalitici che sembrano ergersi dal lontano passato per ricordarci una primitiva abilità che l'uomo di ieri ha voluto lasciare come testimonianza della sua spiritualità. I primi: maestose testimonianze di riti religiosi o funebri. I secondi: indice di delimitazione o di riferimento, quasi cattedrali primitive, simbolo di propiziazione nei riguardi del dio Sole e della dea Luna. Pur tra storia e leggenda, tali opere rimangono segni inquietanti di un'ancestrale cultura non più del tutto ignorata. 

Verso i laghi Alimini il paesaggio è meraviglioso, avvincente, esclusivo, tra i più belli del Salento. I colori sono a volte molli e dolci come acquerelli, altre volte asciutti e forti, come di terracotta. Il fogliame delle piante, al di qua del mare, di cui si indovina la presenza anche a distanza, è verdissimo, incontaminato, come di un paradiso mai perduto. Gli alberi, sia in gruppo che solitari, sono alti, romantici, e al tempo stesso maestosi, arcaici, vigorosi. Il bosco, intorno, vibra, invita, avviluppa, protegge e l'erba, dentro, ha odore acre, arcano, indimenticabile. Ai margini, i fiori sono minuscoli, a macchia, variamente distribuiti, facilmente raggiungibili. Nei mesi autunnali solitamente sono ciclamini e si mostrano a spicchi di cielo e ai passanti lungo bordi di strade come in espressione di obbediente beatitudine, condizione di vincolo con la natura tutta. 

Da Roca Vecchia a Otranto, lungo la costa, si ha la sensazione di librarsi tra nubi maestose e superbe come le antiche storiche torri, che mute sentinelle testimoniano fede ed eroismi, o come fragili ragnatele in un cielo celeste e profondo dove i gabbiani fanno da padroni. Quando le nubi si sbriciolano urtandosi nel loro divenire, inondano di pioggia i pini, le acacie, gli ulivi dell'entro terra e tutto quanto riempie la distesa pianeggiante che sconfina nel mare o nel verde perenne dei boschi o nel paesaggio di case coloniche disseminate qua e là, tutte uguali bianche come latte. Ed è allora tra queste distese di terra e d'acqua a volte dolce, a volte aspra, che il visitatore, sia esso attento osservatore o distratto viandante, sente sciogliersi i pensieri carichi di disarmonie ed è raggiunto da uno speciale stato di grazia da cui non vorrebbe più separarsi.

Chi non conosce il Salento non può parlarne per sentito dire. 

In qualità di figlia di questa terra, posso azzardare qualche personale impressione, tanto quanto basta per suscitare curiosità. A parte l'interesse storico ed artistico coralmente ed ampiamente riconosciuto, la bellezza ora dolce, ora selvaggia di questa lingua di terra adagiata tra due mari può essere considerata uno speciale atto creativo della natura tanto bizzarra e prodiga di sorprese, quanto misteriosa, mutevole, varia. E ciò che è avvenuto nei tempi primordiali è ancora più evidente oggi. Ne sa qualcosa l'uomo curioso, oltre che l'uomo istruito, colto, interessato. Sì, questa bellezza tangibile, reale, che a volte sembra sfuggirti tanto è varia nelle improvvise apparizioni paesaggistiche è più spesso sconcertante, lampante come il sole allo zenit. 

Attivismo, semplicità, in un duro lavoro intriso di speranze, volontà di farsi valere e come persona e come gruppo contraddistinguono la gente salentina il cui folklore, fatto di immagini, di canti, di suoni, di espressioni linguistiche e gestuali ha radici in un passato lontano, a volte leggendario. 

La sequenza straordinariamente bella e sorprendente di paesaggi sposati con un mare punteggiato di vele e sfiorato da gabbiani; tanta pianura, ora arida e monotona, ora verdeggiante sotto un mutevole cielo, offre un'immagine che rimane nella memoria e nel cuore per la sua molteplice espressività. Mare con bagliori di smeraldo o con riflessi di turchese, alberi secolari custoditi da altrettanto secolari i muretti di pietre, profumo di erbe diverse, i colori con mille meravigliose sfumature e a tonalità dalle più smaglianti alle più tenui, fanno eterna primavera. 

Un tempo mite che sa come farsi strada anche quando l'inverno è alle porte o anche quando la bruma tenta di incastrare il paesaggio che sembra, emerso dalla notte dei tempi, rende questa mia terra gradevole e accogliente in ogni stagione. Terra in un tempo senza tempo, questo è il Salento. 

I novantasette comuni, somiglianti ad un ben costruito alveare, hanno ciascuno una propria identità per ciò che riguarda le caratteristiche geografiche ma risultano accomunati da un' unica spiritualità espressa in varie forme anche artistiche. Ne sono importanti testimonianze la grotta Romanelli (a Castro) e la Baia di Uluzzu (a Nardò), dove serie e scrupolose indagini archeologiche hanno individuato tracce della presenza dell'uomo del periodo paleolitico. Disseminati qua e là nell'entro terra o lungo i versanti costieri sono i Dolmen e i Menhir, monumenti megalitici che sembrano ergersi dal lontano passato per ricordarci una primitiva abilità che l'uomo di ieri ha voluto lasciare come testimonianza della sua spiritualità. I primi: maestose testimonianze di riti religiosi o funebri. I secondi: indice di delimitazione o di riferimento, quasi cattedrali primitive, simbolo di propiziazione nei riguardi del dio Sole e della dea Luna. Pur tra storia e leggenda, tali opere rimangono segni inquietanti di un'ancestrale cultura non più del tutto ignorata. 

Verso i laghi Alimini il paesaggio è meraviglioso, avvincente, esclusivo, tra i più belli del Salento. I colori sono a volte molli e dolci come acquerelli, altre volte asciutti e forti, come di terracotta. Il fogliame delle piante, al di qua del mare, di cui si indovina la presenza anche a distanza, è verdissimo, incontaminato, come di un paradiso mai perduto. Gli alberi, sia in gruppo che solitari, sono alti, romantici, e al tempo stesso maestosi, arcaici, vigorosi. Il bosco, intorno, vibra, invita, avviluppa, protegge e l'erba, dentro, ha odore acre, arcano, indimenticabile. Ai margini, i fiori sono minuscoli, a macchia, variamente distribuiti, facilmente raggiungibili. Nei mesi autunnali solitamente sono ciclamini e si mostrano a spicchi di cielo e ai passanti lungo bordi di strade come in espressione di obbediente beatitudine, condizione di vincolo con la natura tutta. 

Da Roca Vecchia a Otranto, lungo la costa, si ha la sensazione di librarsi tra nubi maestose e superbe come le antiche storiche torri, che mute sentinelle testimoniano fede ed eroismi, o come fragili ragnatele in un cielo celeste e profondo dove i gabbiani fanno da padroni. Quando le nubi si sbriciolano urtandosi nel loro divenire, inondano di pioggia i pini, le acacie, gli ulivi dell'entro terra e tutto quanto riempie la distesa pianeggiante che sconfina nel mare o nel verde perenne dei boschi o nel paesaggio di case coloniche disseminate qua e là, tutte uguali bianche come latte. Ed è allora tra queste distese di terra e d'acqua a volte dolce, a volte aspra, che il visitatore, sia esso attento osservatore o distratto viandante, sente sciogliersi i pensieri carichi di disarmonie ed è raggiunto da uno speciale stato di grazia da cui non vorrebbe più separarsi.

   
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