Mi trovo a Martano per conoscere "Catumerèa", una strada particolare il cui nome greco significa pressappoco "al di là del giorno". Ad un tratto mi viene voglia di proseguire per Otranto, la città più orientale d'Italia, della cui bellezza non mi sazierò mai.Costeggiando masserie ormai in disuso e case coloniche, mi accoglie la Valle dell' Idro con le sue terrazze, le palme, il mare, sul cui orizzonte si ferma lo sguardo, e la fantasia mi fa vedere ancora l'ombra dei Turchi con le scimitarre brandite, pronte allo scempio. Ma è anche attraverso il mare che Otranto guarda alla costa di fronte da cui ha avuto quell' influenza e che tuttora serpeggia in essa, dall' architettura alle etnie.
Mi introducono nella Bisanzio salentina la campagna, coltivata come un giardino terrazzato, e un' atmosfera di singolare bellezza e di rigoroso ordine. Ed eccola lì Otranto, la magnifica, la fiera, l' incantatora, così viva e palpitante di mille motivi emozionali, la cui storia è custodita gelosamente nei silenzi delle torri e dei baluardi. Eccola lì, con la voce del suo mare e le genti che fluttuano ininterrottamente per attingere a singolari meraviglie e carpirne segreti da qualsiasi punto la si guardi.
Città fiera al primo impatto, timida, quasi sospettosa, in seguito diventa arrendevole, ospitale, accattivante, prodiga nel mostrarsi in tutte le sue molteplici sfaccettature. Raccolta su un poggio, tra cielo e mare, l'impianto urbano si snoda in tutta una moltiplicazione di piani, di scale, di curve che spingono il visitatore a percorrerla con fiducioso abbandono per restarne, infine, ammaliato. Le promesse di Otranto, infatti, non deludono mai. lo lo so per esperienza, che si va ripetendo di anno in anno e si va sempre più arricchendo. Oggi, ancora una volta, mi addentro nei suoi vicoli angusti che salgono e scendono in un intrico di diramazioni.
Penetro, con la consueta aspettativa di stupirmi, in budelli di corti con balconi in fiore che sembrano sospesi nell' azzurro: macchia di colore su sfondo bianco di calce che nell' ora meridiana ferisce gli occhi. Tra l'arzigogolo di stradine, qua e là, si mostra uno spiazzo con qualche segno del passato e, inevitabilmente, con qualche pescatore che ricuce le reti o donna a sistemare cicoria da vendere. Ovunque pullulano bottegucce senza tempo, cariche di cartoline e di oggetti,-souvenir.
Questo, con altri svariati elementi, è passato e presente, è costume e scambio di culture, è lavoro e folklore. Armida mi fa salire su un' altura che negli anni quaranta fu colonia per bambini da irrobustire. Di lassù Otranto, come da ogni altra altura, è una creatura racchiusa da mura e, a guardarla così maestosa nel silenzio dei secoli, sorge un dubbio: se siano state costruite per proteggere i cittadini dopo la strage del 1480 oppure se siano state innalzate per salvaguardare l'incomparabile bellezza della zona storica dove le suggestioni sono a portata di mano. A trecento passi da Otranto, il territorio sembra lievitare per dar vita al Colle della Minerva (poi Colle dei Martiri) che custodisce il ricordo dell' olocausto della città nel triste evento dell' invasione islamica. Raggiungo la sommità e mi rifugio nella chiesetta tutta altari e fregi; l'ala fiera di Primaldo, il primo degli 800 martiri, mi fa compagnia con la discrezione propria dei santi.
Proseguo attraverso un paesaggio calcareo ed aspro, che scende rapidamente al mare, vigilato dalla Torre del Serpe adibita, secondo una leggenda, a faro, con il sistema dell' illuminazione ad olio, dove ogni sera penetrava un serpe per usarlo. A circa un chilometro di distanza si allarga la Valle delle Memorie ricchissime di insediamenti rupestri. Qui sento ancora oggi qualcosa di vivo perchè accanto al luogo di culto sopravvive la stalla, la macina, l'aia: tutto ciò che permise alle antiche comunità di sopravvivere negli antri tufacei.
E' un pomeriggio d'agosto caldo e solenne. A sera ci saranno i fuochi d'artificio sotto la policromia dei quali Otranto si mostrerà in una veste ancora diversa ma altrettanto magica. Il lungomare brulicherà di gente che si sofferma qua e là a chiacchierare, fare acquisti, gustare qualche stuzzichino, offerto sulle bancarelle, continuando consapevolmente o meno, a godersi una vacanza sicuramente indimenticabile.
Mi trovo a Martano per conoscere "Catumerèa", una strada particolare il cui nome greco significa pressappoco "al di là del giorno". Ad un tratto mi viene voglia di proseguire per Otranto, la città più orientale d'Italia, della cui bellezza non mi sazierò mai.Costeggiando masserie ormai in disuso e case coloniche, mi accoglie la Valle dell' Idro con le sue terrazze, le palme, il mare, sul cui orizzonte si ferma lo sguardo, e la fantasia mi fa vedere ancora l'ombra dei Turchi con le scimitarre brandite, pronte allo scempio. Ma è anche attraverso il mare che Otranto guarda alla costa di fronte da cui ha avuto quell' influenza e che tuttora serpeggia in essa, dall' architettura alle etnie.
Mi introducono nella Bisanzio salentina la campagna, coltivata come un giardino terrazzato, e un' atmosfera di singolare bellezza e di rigoroso ordine. Ed eccola lì Otranto, la magnifica, la fiera, l' incantatora, così viva e palpitante di mille motivi emozionali, la cui storia è custodita gelosamente nei silenzi delle torri e dei baluardi. Eccola lì, con la voce del suo mare e le genti che fluttuano ininterrottamente per attingere a singolari meraviglie e carpirne segreti da qualsiasi punto la si guardi.
Città fiera al primo impatto, timida, quasi sospettosa, in seguito diventa arrendevole, ospitale, accattivante, prodiga nel mostrarsi in tutte le sue molteplici sfaccettature. Raccolta su un poggio, tra cielo e mare, l'impianto urbano si snoda in tutta una moltiplicazione di piani, di scale, di curve che spingono il visitatore a percorrerla con fiducioso abbandono per restarne, infine, ammaliato. Le promesse di Otranto, infatti, non deludono mai. lo lo so per esperienza, che si va ripetendo di anno in anno e si va sempre più arricchendo. Oggi, ancora una volta, mi addentro nei suoi vicoli angusti che salgono e scendono in un intrico di diramazioni.
Penetro, con la consueta aspettativa di stupirmi, in budelli di corti con balconi in fiore che sembrano sospesi nell' azzurro: macchia di colore su sfondo bianco di calce che nell' ora meridiana ferisce gli occhi. Tra l'arzigogolo di stradine, qua e là, si mostra uno spiazzo con qualche segno del passato e, inevitabilmente, con qualche pescatore che ricuce le reti o donna a sistemare cicoria da vendere. Ovunque pullulano bottegucce senza tempo, cariche di cartoline e di oggetti,-souvenir.
Questo, con altri svariati elementi, è passato e presente, è costume e scambio di culture, è lavoro e folklore. Armida mi fa salire su un' altura che negli anni quaranta fu colonia per bambini da irrobustire. Di lassù Otranto, come da ogni altra altura, è una creatura racchiusa da mura e, a guardarla così maestosa nel silenzio dei secoli, sorge un dubbio: se siano state costruite per proteggere i cittadini dopo la strage del 1480 oppure se siano state innalzate per salvaguardare l'incomparabile bellezza della zona storica dove le suggestioni sono a portata di mano. A trecento passi da Otranto, il territorio sembra lievitare per dar vita al Colle della Minerva (poi Colle dei Martiri) che custodisce il ricordo dell' olocausto della città nel triste evento dell' invasione islamica. Raggiungo la sommità e mi rifugio nella chiesetta tutta altari e fregi; l'ala fiera di Primaldo, il primo degli 800 martiri, mi fa compagnia con la discrezione propria dei santi.
Proseguo attraverso un paesaggio calcareo ed aspro, che scende rapidamente al mare, vigilato dalla Torre del Serpe adibita, secondo una leggenda, a faro, con il sistema dell' illuminazione ad olio, dove ogni sera penetrava un serpe per usarlo. A circa un chilometro di distanza si allarga la Valle delle Memorie ricchissime di insediamenti rupestri. Qui sento ancora oggi qualcosa di vivo perchè accanto al luogo di culto sopravvive la stalla, la macina, l'aia: tutto ciò che permise alle antiche comunità di sopravvivere negli antri tufacei.
E' un pomeriggio d'agosto caldo e solenne. A sera ci saranno i fuochi d'artificio sotto la policromia dei quali Otranto si mostrerà in una veste ancora diversa ma altrettanto magica. Il lungomare brulicherà di gente che si sofferma qua e là a chiacchierare, fare acquisti, gustare qualche stuzzichino, offerto sulle bancarelle, continuando consapevolmente o meno, a godersi una vacanza sicuramente indimenticabile.
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